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Il Biplano Rosso e i giardini dell' Eden - seconda puntata
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Il monte del destino E’ stata una scoperta il nome segreto dello Sciliar. Una scoperta e un mistero dato che le pur brevi ricerche effettuate si sono tutte arrestate al dato di fatto di un nome, monte del destino, in assenza di una giustificazione. Ma si sa che le spiegazioni, a volte, ce le dobbiamo cercare da soli.Così, rispolverando vecchi fasti in cui la curiosità, stimolata dalla lettura di libri e di carte geografiche, mi conduceva alla realizzazione di escursioni e salite, un bel giorno ho avuto in dono prezioso dal mio amore una manciata di solitudine. E l’occasione per cavalcare il monte del destino era troppo ghiotta. Tolta dalla valigia la calottina militare, quella con cui avevo pilotato caccia arrembanti e docili spitfire, mi misi in marcia per un itinerario assurdo: salire sulla vetta dello Sciliar e scenderne tutto d’un fiato sul filo di ore contate per sfidare il destino, per azzannare la tavola imbandita. Di gran lena con una buona scorta d’acqua, due tavolette di cioccolato, e dei pezzetti di formaggio avanzati dal giorno prima decollai come un top gun, come un cormorano che si tuffa a tutta velocità verso il mare, in picchiata. Passo passo dimenticai il groviglio dei conflitti quotidiani, dimenticai il lavoro, passo passo la mente si svuotò e restò solo il rammarico di non essere col mio passeggero. A un certo punto mi venne quasi voglia di tornare indietro sopraffatto da una fatica senza senso, con una vetta irridente che stava lì, nel suo grigio chiaro a fronteggiare il cielo azzurro e non arrivava mai, inzuppato di un sudore fastidioso. Superai questo disagio mentale riportato alla realtà dalla sensorialità trasmessa dal freddo e dal vento che soffiava invisibile appena fui sull’ampia dorsale prativa e rocciosa dove sorge il rifugio Bolzano. Visione stupenda verso il Catenaccio e il Rosengartner, verso il Sassolungo e il Sasso Piatto. Affamato e assetato consumai il dolce pasto: quello che si apprezza nella semplicità della solitudine, accucciato dietro a un sasso, appoggiato come polvere del tempo al dorso della montagna. Eccola la solitudine di cui mi aveva fatto dono Giusi. Il sapore universale dell’ultimo, piccolo boccone di cibo che resta prima del nulla, circondati dalla meraviglia di un creato che mi privilegiava come suo testimone. Rinsaldato e rinvigorito affrontai l’ultimo ventoso e ripido tratto che portava alla croce di vetta e fu così che approdai sulla cima per abbracciare con lo sguardo un orizzonte che ora comprendeva anche la pianura e arrivava fino alla sottostante Siusi. I campi come rettangoli verdi e gialli, le case piccine, le strade come nei disegni d’infanzia. Accoccolato sopra un sasso gettai ad un corvo i pezzetti di formaggio che avevo nello zaino. Poi il nero pennuto se ne volò via e la commozione mi prese a tal punto che assaporai il salato delle lacrime e del sudore: la fatica che si mescola con la gioia. E allora compresi il perché di quel nome misterioso. Lo compresi come una fede da divulgare senza parole come il silenzioso volo del piccolo corvo. Feci fatica a staccarmi da quel nido di roccia ma le vette non son fatte per soggiornare. Sono punti sospesi: sono come la fonte battesimale: si intinge la mano per un attimo nell’acqua benedetta, si dice una preghiera e poi si riparte. Scesi con una infinita gioia saltellando senza fatica tra rocce e prati e mi infilai nel lungo e scosceso vallone boscoso che mi riportò a Siusi. Sbucai in paese col fare trionfale dell’esploratore soddisfatto. Il campanile suonava le 6. Raggiunsi Giusi in albergo. “ Soddisfatto?” “ Certamente “ “Contento? “ allora andai verso la finestra e indicando col dito la vetta: “Sì, eravamo su là, là in cima e…”“Eravamo?” mi disse. Le sorrisi e lei capì. Ero riuscito a portarle il fiore più bello.
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